venerdì 17 aprile 2015

Capitolo 5: 4 luglio 2013. (Honeymoon seconda parte)



Oddio.
Ricordo tutto.

Lui alla mia porta. Io che gli apro con la testa che gira e il cuore che mi scoppia nel petto. 
I suoi occhi di giada che mi fissano, per la prima volta senza filtri, senza nascondere il fuoco violento che li brucia. 
La sua bocca semi aperta e quelle labbra rosse come il sangue che si avvicinano e poi sussurrano il mio nome come fosse la parola più erotica del mondo. 
Le sue mani sui miei fianchi e i nostri corpi uno contro l’altro. Il suo forte e deciso, il mio fragile e arreso. Mi spinge dentro e mi appoggia al muro senza smettere di baciarmi, senza smettere di gemere nella mia bocca. 
La sua camicia con i primi bottoni aperti lascia intravedere ciò che già mi aveva mandata fuori di testa in sala conferenze e mi invita a fare un passo audace che di solito non farei. 
Ma di solito non mi trovo tra le braccia l’uomo da cui sono attratta come da un magnete, che mi fa aumentare il battito cardiaco ogni volta che lo vedo, e che con le sue parole ha conquistato anche la mia mente. 
Quindi passo all’azione e gli strappo letteralmente la camicia di dosso, mentre, per un riflesso ferino gli mordo una spalla.

“Cazzo...” sibila con i denti stretti.

“Cazzo... cazzo... cazzo...”

Ruggisce prima di fare a brandelli il mio prendisole e prendermi in braccio, sempre contro il muro dell’ingresso.

Lo senti? Lo senti cosa mi fai?
Lo senti in che stato mi trovavo ogni fottuta volta in cui ti vedevo? Volevi che smettessi di scopare ogni donna che incontravo? 
Bene, Dottoressa Swan... sappi che ci sei riuscita. 
Non vado con una donna da mesi. Non ci penso nemmeno più, e sai perché?
Perché tu sei l’unica che ho in mente da quando mi sono trasferito a Boston. L’unica che voglio. Che desidero. Che sogno.”

La sua bocca sul mio collo, le sue mani fra i miei capelli.
Le mie sui suoi pantaloni.
I suoi pantaloni a terra, accanto al mio vestito.
Seguiti dai suoi boxer. E dalle mie mutandine.


Prima di venire a farmi aiutare da te pensavo di vivere in un incubo... ma ora è peggio. E’ molto peggio.
Mentre tu, invece, sei andata avanti con  la tua vita, vero? Non ti sei nemmeno accorta di quello che mi hai fatto, di questo incantesimo così potente, così devastante. 
Una tortura, dottoressa. 
Una tortura crudele e constante.”

Le sue labbra sui miei seni, la sua lingua che ci gioca, che lecca, che morde, mentre le sue parole continuano ad uscire in un alito caldo che manda a fuoco la mia pelle.

Tu e il tuo transfert erotizzato ... Ci credevi davvero a quelle stronzate, o avevi solo paura di questo, di quello che c’era tra di noi allora? Di quello che c’è tra noi in questo momento...
Pensavi davvero che ti volessi perché eri l’unica donna con cui non ero stato a letto?”

La sua bocca che sale lenta e meravigliosa lungo la mia clavicola e le sue labbra sul mio collo, sulle mie orecchie. La sua voce, un sussurro roco.


“Ogni cazzo di seduta mi chiedevo perché diavolo il destino non ti avesse messo sulla mia strada prima Sono sicuro che non avrei avuto bisogno di saltare da un letto all’altro se tu fossi stata mia...”

Le sue dita tra le mie cosce, sfiorano e penetrano e si riempiono della mia eccitazione, spargendola tra le mie labbra, preparandomi a quello che inevitabilmente seguirà.

Anche tu le sentivi come le sentivo io, vero?

L’attrazione.

La chimica.

La magia.

Anche tu volevi che succedesse questo, come lo volevo io? Anche tu vivevi nella mia stessa, identica, continua tortura? 
Dimmi che è così... Dimmelo...”



Le sue braccia mi bloccano, forti e sicure, contro il muro dell’ingresso.
La sua erezione  spinge contro di me.
Dentro di me.
Di poco.
Di niente.
Potrei impazzire se non mi fotte ora.


Dillo, o ti metto a terra e me ne vado ...”

La mia bocca sulla sua, mille volte più aggressiva.
Le mie mani gli tirano i capelli, come hanno sognato mille volte di fare.
Il mio corpo risponde al posto della mia voce.
Ma non è abbastanza.
Vuole di più.

Dillo o questa cosa, se non è ricambiata fino in fondo, finisce ora.”

Mi allontano solo di un secondo e lo fisso negli occhi.
Ed è inutile scappare ancora.
Non ha senso.
Non voglio.

“Sempre. Ogni dannata volta e nei mesi a seguire come un’ossessione, la mia ossessione. 
Tu parli di tortura a me?
Credevi fosse facile?”

Gli mordo un labbro con violenza.

“Credevi fosse facile sapere cosa facevi, con chi, come... e non poterti avere? Credevi che non sognassi ogni volta di essere io quella chefottevi, in ginocchio davanti a te o sdraiata sul tuo letto? Mai lavorato così di merda con un paziente, Cullen! 
Mai! E tutto per colpa tua...”

Mi guarda per un secondo e i suoi occhi so fanno dolci, caldi, teneri: “Davvero?”

“Davvero.”

In un movimento lento ma deciso entra dentro di me, sussurra il mio nome.

Isabella”

Senza distogliere lo sguardo dal mio.

Entrambi siamo senza fiato, mentre entra, centimetro dopo centimetro, lentamente, languidamente, dentro di me. 
Torturandomi con i suoi occhi, la sua lingua, le sue mani e quel meraviglioso pezzo da collezione che ha tra le gambe.
Entrambi a bocca aperta ed occhi lucidi per l’intensità della cosa.

Lo sapevo, cazzo... lo sapevo che sarebbe stato incredibile...”

“Ti prego ....” lo imploro.

E finalmente in risposta alla mia preghiera inizia a muoversi, perfetto, sicuro, e sconvolgente.

Come l’avevo sempre sognato e ancora di più.

Spinta dopo spinta, mi prende e si impossessa del mio corpo e della mia anima.

Le sue labbra ancora sulle mie, ma baciarsi diventa quasi impossibile perché entrambi respiriamo affannosamente e gemiamo, al punto da farci mancare l’aria.
Il suo corpo si muove secco e veloce dentro al mio, il suo ritmo dapprima regolare diventa erratico e lo sento ruggire il mio nome, mentre, finalmente mi viene dentro.
E io vengo con lui, scossa da contrazioni che mi fanno gridare in coma mai prima,  provando il piacere più intenso ed assoluto della mia vita.

****************

Gli accarezzo il viso e nel guardare il suo sorriso sereno nel sonno, quelle ciglia da cerbiatto sui suoi zigomi alti, forti e leggermente arrossati, mi si stringe il cuore.
Ora ricordo tutto e la fede al mio anulare sinistro è la prova che non è un sogno.

Dopo quel momento folle e incredibile contro il muro adiacente la porta d’ingresso della mia stanza d’albergo, abbiamo fatto ancora l’amore.

Questa volta nel mio letto.

Lentamente e dolcemente.

E proprio all’apice del mio piacere me lo ha chiesto, forse scherzando, forse no.

“Non posso più perderti. Mai più. Vuoi sposarmi, Isabella?”

E quale donna, in un momento del genere, travolta da feromoni a secchiate e orgasmo galoppante avrebbe detto di no?
Siamo usciti e abbiamo cercato una di quelle infami cappelle per matrimoni di cui è piena Las Vegas.

E lo abbiamo fatto.
Ci siamo sposati.

Ricordo tutto e sorrido.
Sorrido estatica. Per nulla spaventata o scandalizzata dal nostro matrimonio avventato e folle.
Perché non sono pentita.
Non sono pentita per niente.
Lo rifarei mille volte.
Senza la minima esitazione.


E mentre ancora sogno ad occhi aperti, ricordando la notte più incredibile della mia vita, mi accorgo che ora anche Edward è sveglio e mi guarda con uno sguardo malizioso e consapevole e quel sorriso meraviglioso, sexy e tenero, che gli ho visto dopo avere accettato la sua incredibile proposta e che non lo ha abbandonato più da allora.

Si tira su e le sue labbra sulle mie.

Poi la sua voce dolce come lo zucchero, mi dà il buongiorno.



Dormito bene, Signora Cullen?”


FINE.

giovedì 16 aprile 2015

Capitolo 4: Las Vegas, mattina del 4 luglio (Honeymoon)


Sono sola e disperata nella mia camera da un’ora circa.
E ho letteralmente svuotato il frigo bar. 
Se prima ancora conservavo un minimo di lucidità residua, ora sono sversa e tiro capocciate al muro. In mano una mini bottiglietta di una schifezza che non so nemmeno cos’è e che tracanno allegramente.

“Stupida! Stupida! Stupidaaaaaaaaa!!! Perchè? Perché l’hai fatto? Avresti dovuto avvicinarti, salutarlo, due chiacchiere e chi lo sa... da cosa nasce cosa, e invece... Nuoooooooooooooooooo... figuriamoci se l’integerrima dottoressa Swan, che risolve i problemi altrui poteva per una volta lasciarsi andare e risolvere il proprio...Nuoooooooooooooo.... Stupida! Stupida! E Stupida! Tornerai vergine e te lo meriti!”

Mentre sono in piena autocommiserazione e medito varie modalità per auto punirmi, bussano alla porta.

“Ci manca solo Rose, scopata di fresco che mi racconta il suo pomeriggio di fuoco! No, ma io non apro mica. Che se ne torni da Elton, Ethan o come diavolo si chiamava!”

Bang, bang, bang.

Insiste e allora io urlo con voce lagnosa: “Non ti apro Rose, va’ via!”

“Isabella, apri questa porta ora o la butto giù a spallate.”

Oh.

Ohhhhhhh... Non è Rose. Non è Rose per niente e io ohhhhhhh... sento in arrivo il quarto!
Lui è fuori dalla mia porta, che chiama me e chi mi minaccia con tono cattivo. Con tono severo.E io sono qui.
Vestita di un misero straccio rosso. Ciucca come la notte dopo gli esami finali delle superiori.

Contegno.
Contegno.
Contegno, mi raccomando. 
É sempre un ex paziente.

Mi avvicino. Schiarisco la voce.

“Sto venend...... sto arrivandooooooooooooooooo!”



*********


Las Vegas 4 luglio


Oddio, la mia testa. La mia testa che male... E la gola... ho bisogno di un’idrante che ci spari dentro un paio di litri d’acqua fredda e subito.
E gli occhi... per carità... confesso qualunque cosa ... ma sfilatemi gli spilli con i quali mi state torturando...
E questo braccio peloso che mi abbraccia e si avvolge intorno alla mia vita e che mi stringe forte, ammazza che peso, e... e... e questa cosa che spinge tra le mie cosce da dietro... ammazza... che bello...

“Mmmhhhh Isabella, baby...”

E questa voce meravigliosa da film porno...

Oh. Mio. Dio.

Mi giro di scatto e ....

Davvero...

Oh. Mio. Dio.

Il viso d’uomo più bello mai apparso su questa Terra, che ha riempito i miei sogni e i miei incubi per mesi, è a pochi centimetri dal mio. Sulle sue labbra un sorriso lieve. Ha gli occhi chiusi e sta dormendo di brutto.

Alzo le lenzuola.

Spalle scoperte. Abbronzate, una leggera spruzzata di lentiggini le rende irresistibili o forse è il fatto che sono grosse, larghe, possenti.

Torso nudo, ampio, capezzoli e pelo... pelo, pelo, pelo.
Chiaro, morbido, tanto che scende, sereno e deciso, scurendosi lievemente verso il bacino.

Ed eccolo lì.

Cazzo!

Appunto.

Una colonna, un pilastro, un monolite a sezione circolare duro e svettante, pronto per essere adorato.

E poi ancora.

Cosce muscolose. Gambe chilometriche, perfette, snelle ma forti e piedi lunghi e bellissimi.


Edward Cullen è nudo nel mio letto, ed un secondo fa il suo obelisco era tra le mie natiche, pronto a darmi il buongiorno. 

Mi guardo e sono nuda anche io.

Sono nuda e provo una serenità e un appagamento che nemmeno durante la mia breve relazione con lo Xanax ho provato... 

Poi vedo la mia mano sinistra. 

L’anulare e su di esso una fede.

Per terra un bouquet di rose rosse.

Sul tavolo un documento.

Un certificato.

Di matrimonio.

Per tutti i complessi e gli archetipi... che cazzo è successo la notte scorsa?

Chiudo gli occhi e all’improvviso ricordo. 

Ricordo tutto.


Mi volto di nuovo e mi rendo conto che qui, accanto a me, in questo letto, c’è... mio marito, nudo e bellissimo, con un’erezione mattutina da far  venire l’acquolina in bocca.

Las Vegas, 3 luglio 2013, Convegno di Sessuologia.






8 MESI DOPO.


LAS VEGAS, 3 LUGLIO 2013


Scendo in compagnia della mia collega Rosalie verso la grande hall dell’albergo che ospita il congresso: siamo qui da tre giorni e oggi si chiudono i lavori.

“Bella, tesoro, ormai quello che volevamo sentire lo abbiamo sentito, i crediti li abbiamo presi e di sicuro gli interventi di oggi non aggiungeranno nulla di nuovo. Sappiamo che funziona così, no? Alla fine si partecipa ad eventi come questo  per rappresentanza...”

“Cosa vuoi, Rosalie?” 

Mi guarda facendo labbrucce: “Ti prego, non farmi passare altre otto ore ad ascoltare questi vecchi tromboni.
Giriamo la città, andiamo a giocare d’azzardo, troviamoci un bel tipo da portare in camera. Ma ti prego, non mi far passare un’altra giornata qui dentro, quando fuori splende questo sole meraviglioso.”

Si ferma e aggancia con l’indice la stringa di un reggiseno in lycra color giallo canarino, per mostrarmelo.

“Ho indosso un bikini mozzafiato. Andiamo in piscina, prendiamoci un cocktail,  facciamo qualunque cosa, ma andiamo via di qui.”

La sua proposta mi tenta ma io voglio sentire ancora una relazione. 

“Oggi parlano dell’anorgasmia femminile, ci sarà un intervento interessante. Come riconoscere una frigidità psicogena da una disfunzione fisiologica. Mi interessa, Rose...”

“Chi è il relatore?”

“É Aro Volturi.”

“Noooo.”

“Ti prego, solo il suo intervento.”

“A che ora è fissato?”

“Beh...”

“Scommetto che mi vuoi fregare... Sarà uno degli ultimi e mi obbligherai a stare al chiuso per ore e ore anche oggi. 
A che ora, Isabella?”

“Alle 15.00”

“Non esiste! Ti dico io cosa faremo. Andremo alla piscina del MGM. ORA. Prenderemo il sole fino alle 14.30, giocheremo alle slot, berremo qualche cocktail, ci faremo foto da far scoppiare d’invidia quelle quattro invidiose in ospedale. Poi ci rivestiremo e torneremo qui ad ascoltare il Professor Volturi e le sue teorie sull’orgasmo femminile.”

Mi sembra tutto sommato una proposta accettabile.

Ricontrollo il programma del congresso ed in effetti in mattinata non c’è nulla che mi interessi e le ore minime per ottenere i crediti le abbiamo già fatte, così come tutti i workshop possibili.

Decido di accontentarla e salgo in camera a cambiarmi per la piscina.

Un po’ di sano relax non può farci male.


*********

La mattinata passa in un lampo.
Un lampo confuso a dire il vero.
Rosalie Hale non scherza quando decide che si vuole distrarre e divertire.
Abbiamo fatto come voleva lei.
Dapprima abbiamo giocato un po' alle slot e abbiamo vinto più di duemila dollari.
La cosa ci ha mandate leggermente su di giri e abbiamo deciso di festeggiare.

Il risultato è che ora io sono qui, a bordo piscina, con l’ennesimo cocktail in mano, brilla come solo in rare occasioni sono stata, mentre Rosalie ha trovato un ragazzone dell’Arkansas dal nome improbabile, Elmo mi sembra o era Elmet o forse Element, non ricordo...
Fatto sta che ha deciso di provare a se stessa che non soffre né di frigidità psicogena né di alcun problema fisiologico, ed é salita nella camera di lui.

Male, molto male. Non si fa così. Le metterò su un bel muso, quando torna. 
Se torna.

Abbiamo l’aereo dopo pranzo domani, e ho la sensazione che, se mai la rivedrò, sarà all’aeroporto, perché Rosalie è una che quando c’è da fare “ricerca” si applica a fondo.

Sorrido pensando a lei.
E sarà forse l’alcool ingerito, ma sento di invidiarla un pochino: é più di un anno che non ho una relazione e non sono tipo da una notte e via.
Se non fossi il topo di biblioteca che sono mi metterei alla ricerca del mio Elmo per questa giornata, invece di tornare al Congresso.
Ma sono chi sono, quindi mi rivesto traballando e cerco di fermare questo fastidioso giramento di testa, ordinando un caffé prima di andarmene da qui.

Oggi mi affiderò a un registratore perché non c’è verso che io riesca a prestare attenzione a ciò che dirà Volturi.
Cammino vacillando verso l’ingresso della grande sala.

****************

Oh. Oh. Oh.

Mi accorgo di aver dimenticato un particolare importante.

Invece del mio solito tailleur d’ordinanza, indosso ancora questo piccolo prendisole rosso.
Mi guardo le scarpe.
Nere.
Con un bel tacco.

Ok. Può andare. Sembrerò una che osa, un po’ aggressiva, ma è comunque un vestito, e le scarpe sono eleganti e si abbinano bene alla tracolla che ho con me.
Anche i capelli non sono raccolti nel mio solito chignon professionale.

Speriamo solo che non mi si noti troppo.


Mi siedo in prima fila, almeno sarò obbligata a non addormentarmi e non rischierò un'umiliazione ancora peggiore di quella d’essere qui tra decine di colleghe, vestita come una spogliarellista del Ceasar Palace.

Il solito trombone ultraottantenne introduce i relatori per questa ultima sessione.

Li vedo entrare uno ad uno.

Sono tutti i docenti che hanno parlato durante questa giornata.

Manca solo Volturi, un uomo alto dalla capigliatura lunga e corvina, dalla voce suadente ed inquietante.

Quell’uomo dà i brividi.


Tutti si siedono e aspettano per alcuni minuti.
Si guardano intorno imbarazzati.
Parlottano tra loro.

Poi il rumore di passi affrettati: qualcuno arriva di corsa.

Strano! penso, Volturi entra sempre con una calma regale, ritardo o non ritardo.

Una voce calda e gentile chiede scusa, e annuncia che, a causa di un problema di cui non comprendo la natura, c’è stato un cambio di programma. Lui prenderà il posto di Volturi.
Mi si ferma il respiro in gola perché quella voce la riconoscerei tra un milione.
Così come riconoscerei quel corpo perfetto e slanciato, quei capelli biondo rossiccio e quegli occhi chiari e brillanti come diamanti.
Se non bastasse questo, il mormorio estatico di tutta la parte femminile o omosessuale della sala conferma che siamo di fronte al grande e unico Professor Edward Cullen. Primario all’ospedale di Boston. E la sensazione improvvisa che sento tra le gambe mi conferma che di certo l’argomento che sta per trattare al posto del collega orrido, non appartiene all’elenco dei miei problemi personali.
Tutto si può dire di me, ma non che io abbia mai avuto problemi a eccitarmi e a raggiungere l’orgasmo e lo stato dei miei slip in questo esatto momento ne é la prova tangibile.

Mi consola il pensiero di non essere l’unica in questo statoEdward Cullen ha già certamente indotto,con il solo passaggio delle sue lunghe dita tra quelle ciocche scomposte di capelli, almeno una cinquantina di orgasmi in sala. Senza nemmeno dover parlare o dover guardare nessuna di noi e alla ragguardevole distanza di alcuni metri, per giunta.

Dopo aver trafficato per un secondo sul suo computer, finalmente inizia.
Anzi, inforca gli occhiali e inizia e io credo di stare per averne un altro. Di orgasmo intendo.

Perché quando veniva da me in terapia era già bello in un modo insopportabile e doloroso, ma qui... oh, qui siamo ad un livello completamente differente.
Il suo viso è graziato da un’abbronzatura dorata che sta da dio in abbinamento al completo grigio chiaro che indossa. La camicia aperta sul collo, per i primi due bottoni, lascia intravedere del pelo.

Tanto pelo, morbido, biondo, setoso.

E quegli occhiali che gli danno quell’aria così... professionale... così severa... così dominante!

Le luci puntate su di lui, seppur leggere, gli impediscono di vedere bene la platea e lo illuminano come una divinità.

E lui parla parla parla... di orgasmi femminili!
Con quelle mani indica lo schermo e muove fogli e muove capelli e ne arriva un altroooooo!
Un altro orgasmo, ovviamente.

Solo quando sta per concludere mi accorgo di essere sudata, eccitata come una bestia, di non avere registrato niente del suo intervento e sento che sto per svenire.

Infine la genialata: mentre tutti si mettono in piedi e applaudono fino a spellarsi le mani, io scappo a gambe levate da quella sala.

Scappo lontano da lui.

Bella mossa.  Bella mossa davvero.

mercoledì 15 aprile 2015

Capitolo 3: Seduta del 24 ottobre.




24 OTTOBRE 2012

“Molto bene, allora, abbiamo appurato che il sogno dell’altra settimana conteneva aspetti simbolici molto interessanti”

“Dice?”

E dico sì!
Ma molto interessanti.
Mi sono dovuta quasi mozzare la lingua per non chiedere i particolari di quella scena di sesso. Maledizione a lui e al suo essere così sexy!


Proseguo: “Abbiamo visto che il suo sintomo probabilmente rappresenta una fuga, una fuga da relazioni con il femminile, un femminile che per qualche ragione la spaventa e di cui, tramite la via sessuale e l’esclusione di quella affettiva, lei ha il controllo, escludendo rischi di altro genere.
Sappiamo infatti che lei ha sempre avuto chiaro il tipo di ascendente che ha sulle donne, fin da ragazzino, giusto? Sappiamo che lei su quel fronte si sente sicuro e dunque, corre, corre, accumulando conferme, senza mai mettersi a rischio su di un piano più profondo. Ma il sogno dice che ora desidera altro.
Desidera fermarsi.
La relazione con me è la più stabile e duratura mai avuta con una donna, e in questo senso io leggerei il... diciamo... momento intimo così... appagante... che lei ha sognato tra noi.
La mia figura rappresenta dunque simbolicamente una donna che lei conosce, che non spaventa e con la quale desidera un'unione completa di spirito e di carn... di corpo...”

Mi fissa pensieroso.
E serio.
E in modo così differente dal suo solito mix tra atteggiamento da canaglia, imbarazzo e elementi porno.

Poi esordisce all’improvviso: “Non ho fatto sesso questa settimana.”

Rimango senza parole. Ho in terapia Edward... ehmmm Cullen da sette mesi e non era mai stato più di quarantotto ore senza avere un rapporto sessuale.

“Davvero?”

“E non mi è nemmeno costato un grande sforzo. Mi sembra così strano, ma è come se dopo quel sogno, dopo quel livello di completezza e appagamento, il sesso fine a se stesso non mi attraesse più. Perché lei, dottoressa, non ha voluto che io le spiegassi, non ha voluto i particolari, il che mi sembra anche strano visto che pure gli abiti erano essenziali prima ma, dicevo, era come se dopo... dico dopo quel sesso ottimo, clamoroso e pazzesco, io fossi soddisfatto e avessi ottenuto quel che volevo. Mi potessi finalmente fermare.”

Mi manca il fiato e sussurro un’inquietante “interessante...” con voce roca tipo Amanda Lear in calore.

“Infatti è interessante! Perché non era solo sesso tra noi. Cioè era tanto sesso, ma parecchio proprio, e in varie posizioni...”

“Oh Gesù...”

“Cosa?”

“Dicevo... c’è di più?”

“In che senso...”

“Dico, oltre le posizioni... che comunque erano tante giusto?”

“Insomma, ne ricordo tre: regolare, muro e da dietro.”

“Oh cazzo...”

“Eh?”

“Contro un arazzo? Perché a volte le rappresentazioni grafiche dicono moltissimo del contenuto latente di un sogno... Non ha idea!”

“No. Era un muro bianco. Ma, dicevo, malgrado il muro  bianco e lei aggrappata alle mie spalle e tutto il resto... Quello che sentivo io non era solo piacere fisico, che pure c’era di brutto, era comunione, sintonia. Era perfezione, Isabella, perfezione.”


Sospira e mi accorgo di fare lo stesso anche io.

Forse un leggero rivolo di bava mi sta colando dal lato sinistro della bocca e con un movimento fulmineo di lingua lo raccolgo.
Lui spalanca gli occhi e mi fissa sempre più stranito.
Mi cade la penna per terra e per un secondo ci fissiamo negli occhi come se davvero non fossimo terapeuta e paziente.
Come se fossimo realmente i protagonisti di quel sogno.

Poi si alza e inizia a camminare avanti e indietro di fronte a me con quelle leve così lunghe, così dritte...

“Lo chiamano transfert erotizzato, vero?”, mi chiede.

“No, credo sia soltanto un sogno, Cullen. Si tratterebbe di transfert erotizzato se lei si sentisse attratto dal suo terapeuta nella vita reale. In sogno può avere molti significati differenti...”

“Mi sa che ho il transfert erotizzato, allora.”

La sua voce esce come un sussurro mentre mi dà le spalle e guarda fuori dalla finestra.

“Cosa ha detto?”

“Mi sa che non ricordo dove ho parcheggiato...”

“Ah... ecco... no... perché mi sembrava... Comunque, diceva che... insomma nessuna paziente... niente... nemmeno l’ornitologa, questa settimana...?”


“Nessuna... nessuna... solo questa...”

Alza la mano e me la mostra aperta sorridendo, mentre torna a sedere.
Nel frattempo mi sfugge una specie di squittio al solo pensiero di quest’uomo in doccia che si dà piacere.

Lui sembra non cogliere.

Così come forse passa inosservato il fatto che sto stringendo le cosce al punto che se vi avessi in mezzo una noce di cocco la spezzerei con la pressione che sto applicando.
Potrei presentarmi all’Isola dei non famosi... mesi e mesi di cosce strizzate mi hanno dotata di un nuovo talento fondamentale per esperienze come quella...


“Comunque dottoressa, le devo comunicare anche un altro fatto molto importante...
Presi come siamo sempre stati dal mio problema mi sono dimenticato di dirle che in questi mesi ho partecipato ad un concorso.

Quale? Mister America?

Mister Mondo?

Mister Universo?

“Era per il posto da primario nel reparto di Ginecologia ed Ostetricia all’ospedale di Boston... Non credevo davvero di avere possibilità... invece ho vinto.”

I test hanno messo in evidenza la sua straordinaria intelligenza, ma mi chiedo quando diamine abbia potuto prepararsi per un esame, visto che negli ultimi mesi ha passato il suo tempo a darlo in giro e a lavorare.
Mi trovo ad essere così felice ed orgogliosa per lui.
Così giovane e primario in un ospedale prestigioso e ... lontano centinaia di chilometri da qui.
Il sorriso mi si spegne all’istante a quest’ultimo pensiero e noto che nemmeno lui manifesta l’entusiasmo che dovrebbe avere.

“Quando?”

Non riesco a dire altro e mi viene da piangere. 

“Il 5 novembre”


Santo cielo... tra dieci giorni...

Cerco di darmi un contegno, cerco di sembrare per l’ultima volta, o forse per la prima, professionale.

“A Boston ho un collega molto in gamba con il quale potrà terminare la terapia, un uomo per altro...”

Sorride mestamente: “Un uomo. Per me va bene.
Anche se con lei... con lei sono stato bravo. Ha visto? Non è successo niente...”

E infatti no... cazzarola!


“Meglio così, giusto? Anche se mi sento molto più in controllo dei miei istinti. Direi quasi normale...”

“É sempre e comunque decisamente meglio un collega uomo, Cullen... il suo nome è Jasper Hale... lo avviserò del suo arrivo, se lei è d’accordo.”

“Certamente...”

Rimaniamo per qualche secondo in un silenzio totale e imbarazzante, poi riesco a parlare.

“Bene, allora... siamo alla fine, giusto?”

“Così sembrerebbe...”

Improvvisamente penso che tra un minuto non saremo più in una relazione terapeuta paziente, penso che potrei volargli addosso e schiantarlo su quel lettino e... così mandare a farsi fottere, letteralmente, mesi e mesi di lavoro.

Non posso, maledizione!

Non posso.

Dimenticherò. Alla fine è solo attrazione fisica... 

Solo...

Lo osservo per quella che so essere l’ultima volta

Guardalo lì. Si sta alzando. Statuario. Giacca e cravatta, capelli che sembrano gridare al mondo le centinaia di scopate che s’è fatto, quelle mani che ti può visitare la trachea a partire dalla cervice e chissà cosa ancora nasconde sotto quei pantaloni così eleganti...

“Allora addio, Isabella. Spero tanto di incontrarla di nuovo, un giorno.”

“Lo spero anche io, Edward...”

Non sai quanto.


martedì 14 aprile 2015

Capitolo 2: Seduta del 17 ottobre




17 OTTOBRE 2012


“Dottoressa ho fatto un sogno...”

Speriamo che sia porno!

Speriamo che sia porno!!!!

Oh no.
Non devo sperare questo.
Sarebbe un indice di peggioramento della sua ossessione e io voglio che guarisca, giusto?

Però... anche solo per una piccola parte ...

Speriamo che sia porno!!!

E comunque... l’ho messo il salvaslip stavolta, vero? E le duracell nel vibratore?

“Mi dica....”

“Ero ad una specie di festa. Un aperitivo o una cosa simile. Ero solo, non conoscevo nessuno, mi sentivo rilassato perché sentivo d’essere in pieno controllo della situazione.
Era infatti una festa per soli uomini... nel senso che erano invitati soli uomini... non che... intendo... non quel tipo di feste per soli uomini... ma... uomini...”

“Uomini, ho capirto. Mi scusi lei... com’era vestito?”

“E’ importante?”

“Certo.”

“Niente, avevo un abito scuro, pantalone e giacca neri, camicia bianca, cravatta, credo, una cosa così... tipo Gucci o Armani... penso fosse un evento elegante.”

E lo vede che era importante!
Era fondamentale.
Oddio, Cullen in Gucci!
Questo è uno stimolo che potrò usare per settimane... lo tengo per le ferie di Natale!

Miseria che caldo.
“Sta bene, dottoressa? Di nuovo tutta rossa, come l’altra settimana... questa cosa un po' mi preoccupa sa. Dovrebbe vedere un endocrinologo.”

No. Dovrei vedere un ginecologo, nudo e nella mia camera da letto, secondo me.

“Sto benissimo, un fiore... Ma la prego, prosegua...”

“Comunque... nel sogno ripensavo alle sue parole.
Al fatto che in questa fase non mi devo esporre troppo a stimoli che possano... diciamo, attivare il problema, ed ero soddisfatto di me. Perché sentivo di fare bene.
Sapevo che sarebbe stata soddisfatta di come mi stavo comportando. Pensavo alla seduta che mi aspettava e al fatto che le avrei raccontato di questa serata in cui non ero caduto in tentazione.
Poi incontro un uomo che mi dice di sedermi.
Di fermarmi.
Mi racconta di sua moglie.
Di quanto fosse sereno e mi dice che prima era un corridore e correva, correva, non si fermava mai, ed ora si era invece fermato ed era felice....
C’era questa parola... fermarsi... smettere di correre... e nella mia testa aveva senso. Tutto aveva senso... ho avuto un insight, dottoressa!!!!”

“Molto bene... mi dica”

“Il mio problema è come una fuga... una fuga dalle relazioni... voglio dire... negli ultimi dieci anni la relazione con una donna più duratura che ho sperimentato è quella con lei... un donna che non non ho nemmeno scopa... mi scusi... nemmeno portato a letto...”

Che culo!

“Molto bene, davvero. In effetti questa potrebbe essere una lettura sensata, potrebbe rappresentare la possibilità di portare la nostra analisi ad un livello di profondità differente. Ad un livello più simbolico.”

“Infatti sento che la mia situazione ha a che fare con qualcosa di grosso e profondo su cui non riesco ancora a mettere le mani...”

“Grosso e... profondo... le mani...mmhhh.... le mani... e soprattutto qualcosa di grosso ”

Sento me stessa ripetere ad alta voce, voce sognante e carica di desiderio perlaltro, e quello quello che pensavo fosse il solito perverso pensiero che viaggiava per i cavoli suoi lungo il binario della peggiore relazione professionale terapeuta paziente mai esistita in terra, é invece una frase pronunciata apertamente, davanti a lui..

“Dottoressa...”

“Cullen....”

“Stava ripetendo le mie parole...”

“Sì,certo. Le fissavo in mente, lasciandole nel contempo agitare in quello spazio simbolico e carico di possibili significati,abbandonandomi ad una attenzione fluttuante, così da poter sentire che tipo di sensazione avrebbe risuonato in me.”

“Davvero?”

“Sì, davvero!”

“E che sensazioni sono risuonate in lei....?”

Orgasmo, godimento, piacere, passione, frenesia, desiderio, libidine, calore, carne, sesso... bocca... sesso...sesso... sesso....

“Una sensazione vaga, di cui preferirei parlare dopo aver sentito la sua interpretazione completa. Ma la prego .. prosegua...”

Mi fissa e noto che anche il suo viso si tinge di un bel rosso fuoco ed inizia a sudare e deglutire e poi i suoi occhi... quegli occhi che non ne ho mai visti altri così, spaziano incerti lungo le pareti della stanza, come se non osasse guardarmi in viso.

“Non era finito il sogno, giusto?”

“No... infatti... poi... la scena cambia... radicalmente.
Io sono qui, nel suo studio e lei mi dice di mettermi sul lettino e non sulla poltroncina. Lei è lei, ma è differente.

E...

E...

Non so come dirlo... Non ce la faccio... mi vergogno...”

“Proviamoci, vuole?”

“Potrei avere un bicchiere d’acqua?”

Ossignore. Cullen è spesso vittima di momenti di imbarazzo, ma questa volta la cosa sembra di tutt’altro livello.

Interessante.

Forse davvero siamo ad una svolta.

Ad un momento cardine del nostro rapporto.

Cardine, perno, asta, palo, obelisco, colonna doricaaaaaaaa!

La devo smettere di fare le libere associazioni nella mia testa mentre lavoro con lui, cazzarola!!! Che tanto con questo solo una cosa riesco ad associare e mi sento persino in colpa, dannazione!

“Gliela do subito ... e me la chieda pure quando vuole anche in futuro... se ne sente la necessità o il desiderio ...

........

........

L’acqua intendo...”


Mi alzo e mi dirigo dietro il mobile dove si trovano, religiosamente esposte, l’Opera Omnia di Freud e le Opere di Jung.
Nell’angoliera, in basso, tengo sempre dell’acqua, dei bicchieri di carta, e dei fazzolettini.
Mi volto e lo trovo con lo sguardo fisso all’altezza in cui prima, senza dubbio, era il mio didietro.
Gli occhi un pochino lucidi e una leggera ombra di sudore sulla fronte... e siamo ad ottobre.
Mi avvicino e gli porgo il bicchiere.
Gli sfioro la mano ed è così morbida e perfetta.
Non ci posso pensare!

Nel frattempo lui ingolla l’acqua e si passa l’altra mano tra quei capelli... quei capelli che...

“Diceva che la facevo accomodare nel mio lett.... ehrr..... sul lettino, giusto? Era sempre in Gucci?”


“Eh? Cosa?
Ah... no... ero... mi sembra con dei jeans e una camicia... credo...
Ma... davvero è così importante?”

“Tutti i dettagli lo sono, tutti...”

“Allora magari... è importante anche che io le dica che lei... non era vestita come sempre, con i suoi soliti tailleur castigati, gli occhiali e i capelli raccolti, ma cough... cough... diciamo più rilassata... casual. Dottoressa, lei era vestita in un modo che...”

“Che...”

“Non so come dirlo... mi dispiace... mi sento in colpa per averlo anche solo sognato... penserà che le manco di rispetto... che sono irrecuperabile... anche perché...”

“Perché...”


“Eh... perché...”

Non mi accorgo che sono seduta sul bordo della poltroncina.

“Cullen!!!”  Lo incito con voce forse un po' troppo alta e stridula e lo spavento, perché sbarra gli occhi e mi risponde con un tono simile al mio e... ansimando?

“Abbiamo fatto sesso!”

“Sesso?”

“Tanto.”

“Buono?”

“Ottimo.”

“Ottimo...”

“Pazzesco.”

“Pazzesco...”

“Incredibile.”

“Ho capito... il concetto è chiaro...”

“Clamoroso. Tanto che al solo ripensarci anche ora... “

“Ho detto che il concetto è chiaro! Mi scusi è venuta sete anche a me.”

Torno all’angoliera e sbircio l’orologio al muro, mancano cinque minuti. Grazie a Dio, perché ho bisogno del bagno.

Subito.


Mi piego di nuovo in avanti e mi verso un po' d’acqua.

Mi giro e lo vedo avvilito ed imbarazzato e con quella che a me sembra per certo una discreta, anzi favolosa, erezione.


E grazie al cielo non sono sola in questo incubo.

Benvenuto nel mio club, Cullen!


Mi rimetto a sedere.

E cerco di rassicurarlo.

Già gli sto facendo un pessimo servizio e sarà ora che mi decida a passare questo paziente ad un altro collega ... uomo ed eterosessuale di fisso, perché così non si può andare avanti, e quindi il minimo che gli devo è rassicurarlo.


“Cullen, è solo un sogno . E’ simbolico e la prossima settimana lavoreremo meglio sul significato nascosto che cela, d’accordo?”

Mi sorride sollevato.

“D’accordo, dottoressa”


E mi accorgo che sono nei guai veri, perché quel sorriso, per quanto eccitante, provoca in me sentimenti di segno ben differente.